Tre frammenti di una storia per spiegare il Personal Storytelling: ce lo racconta Francesco Gavatorta

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Personal Storytelling, chi come quando dove e perché?


Ci racconta tutto Francesco Gavatorta, autore, insieme ad Andrea Bettini, di «New personal storytelling, idee e regole per la narrazione di sé».


Quella call un po’ antipatica, la banca e quel disco che mi piaceva tanto

Tre frammenti di una storia più lunga per raccontare cosa si intenda per Personal Storytelling

Un giorno mi trovai a fare una call per lavoro con un manager di una startup. Stava in un’altra città, così optammo per sentirci come si fa di solito su Meet.

Avviata la webcam e cominciato a parlare, notai che mentre gli spiegavo cosa facesse la mia azienda, i risultati ottenuti, le nostre peculiarità lui scriveva. Velocissimo. Tap tap tap tap. E non che questo lo distrasse dal discorso, anzi: mi rispondeva e faceva domande.

– Scusa, posso chiederti una cosa? gli ho chiesto

– Certo, dice lui.

– Ma stai prendendo appunti che scrivi così velocemente?

– No, sto lavorando a un’altra roba, dice lui.

– Ah. Complimenti. Io non riesco a fare due cose insieme, gli dico, e glielo dico con sincerità, perché sul serio, io comincerei a mischiare i discorsi dopo due minuti.

– Lui sembra non capire però che la mia è sincera ammirazione.

– Scusa, non volevo offenderti, dice ridendo.

– Ma figurati, vai sereno! Gli dico io, prima di continuare la nostra conversazione.

Fu un episodio curioso ma che in un certo senso mi colpì. Quel ragazzo era anche più giovane di me, e non riusciva a nascondere la sua necessità di fare due cose insieme. Ci riflettei, e sul momento non nascondo che mi sentii anche abbastanza offeso.

Copertina del libro «New personal storytelling, idee e regole per la narrazione di sé.»

Apro LinkedIn e comincio.

“Oggi ho fatto una call…” e scrivo una riflessione sulla necessità di capire chi ti sta di fronte, sulla professionalità etc etc.

Poi però stop. Mi fermo. Guardo il testo. Lo leggo. Lo rileggo.

Click. “Discard”?. Sì.

Cancello il testo e mi cautelo. Cautelo prima di tutto me, nel riversare un’esperienza negativa in un posto dove io, solitamente, negativo non sono. Misuro le reazioni, pondero ciò che voglio dire con quel post. È vantaggioso per me? Racconta qualcosa di vantaggioso per chi lo leggerà? E soprattutto, mi rispecchia?

Ora mi direte: ma lo hai raccontato a noi. Sì: ma avete capito qual è l’azienda? Sapete chi è la persona? E soprattutto: c’è del dolo?

Succede lo stesso quando a un certo punto mi rendo conto di voler cambiare banca. Soliti problemi: non rispondono, non mi seguono bene, etc.

Apro Facebook, guardo lo spazio del post e il serio proposito di mettere bene in vista il nome di quella banca, così gli faccio pubblicità contro ahahaha e gliela faccio vedere io… e poi sprang! Ecco l’epifania. Che contenuto di valore è? È coerente con ciò che sei? Sei quello che si lamenta delle cose che ti succedono? Contribuisci a usare quel canale per dare valore alle persone? Solito gesto. Chiudi la finestra? Certo. Chrome si dimentica di questo pensiero (non) stupendo e io ci faccio sempre meno caso (fino ad adesso che scrivo).

È un po’ come quando guardo il blog e penso di scriverci qualcosa. Lì ci vanno le cose che meglio raccontano chi sono: è quello lo spirito con cui l’ho costruito. E allora, tac, ecco che in mezzo a tanti post che parlano di cose di lavoro, ci infilo un post dedicato al mio disco preferito. Perché? Perché sono io, quel pezzo di me ci sta bene, perché ha influenzato anche il “me” professionista. E perché forse potrà far capire che tipo di sensibilità ho, quale sia il mio punto di vista sulle cose, anche se sono quello che un’azienda sta cercando.

Insomma: non è importante che sia straniante, è importante che sia coerente. E quello sono io.

Tutto questo per dire che la narrazione del Sé è una roba seria (anche per chi si occupa di dati)

Sì certo, rimane il tono scanzonato di un racconto che è parte di un’esperienza molto più articolata: la mia. Tre episodi piccoli piccoli, inseriti in un contesto che è quello del rapporto fra ciò che voglio raccontare e ciò non vale la pena, di raccontare. Che probabilmente non avrebbero spostato nulla di ciò che sono, ma certamente non avrebbero dato nulla di più alle persone che avrebbero letto.

Perché il centro di tutto è qui: ognuno di noi è come un nodo della Rete. Siamo interconnessi in ogni ambito della nostra vita agli altri, e la nostra storia può essere un veicolo per sensazioni di genere diverso: possono ispirare, possono rattristare, possono essere uno strumento per dire “basta” a qualcosa o anche per scegliere di buttarsi in un progetto. Ognuno di noi è, attraverso le proprie esperienze, una fonte inesauribile di storie per gli altri.

Non è un caso che il digitale ci abbia abilitati a semplificare questa funzione: il problema è che proprio perché il processo è diventato “molto” semplificato, oggi ragioniamo anche in una logica più… promozionale, anche se il termine è proprio brutto se applicato a una persona.
Perché noi di fatto non siamo marche, o automobili, o smartphone, o gonne. Siamo persone, non abbiamo un logo addosso e non ci distinguiamo per dei prezzi in una serie di scaffali. Però è pur vero che ciò che mettiamo in mostra, può diventare una leva anche per -banalmente- farci scegliere in un posto di lavoro.

E allora, che si fa? Sdang, di nuovo. Come la finestra del browser che si chiude, perdendo per sempre un post che volevi scrivere sulla cosa più fastidiosa che ti è capitata durante la giornata, anche qui ci si ferma, si ragiona, e poi si chiude, come se si sbattesse una porta.

Perché se io parto dal presupposto che la mia storia è anche un modo per rendermi appetibile nel mondo del lavoro, allora tutto ha un altro sapore.

Vale anche per chi fa qualcosa di scientifico? Certo. Vale anche per chi… si occupa di dati? Ancor di più.

Perché anche se il tuo è un mondo assolutamente perfetto, dove non c’è equazione che ti sfugga e controprova che venga bucata, anche se il tuo obiettivo è ridurre il margine d’errore in maniera esponenziale, beh, tu, proprio tu, rimani una persona. E le persone sono fatte anche di altro, anche le più sole, le più silenziose, le meno appariscenti.

Tutti vivono secondo un unico punto di vista, che porta a vivere la propria esperienza in un modo che è unico e inimitabile, e che quando viene raccontato può diventare driver di crescita, scintilla per innovare, anche motivo per assumere.

E questo non discrimina chi lavora nella creatività o chi è un data analyst. Non fa prigionieri questa verità, perché è indissolubilmente legata alla nostra realtà di individui e animali sociali.

Tutto bello tutto giusto: ma allora, in poche parole, cos’è la Narrazione del Sé?

È questo: trasformare la propria esperienza in leva per proporsi al mondo, al meglio delle proprie possibilità; raccontarsi allo scopo di rimarcare il proprio essere unici, cercando di dirlo al meglio possibile. È occasione di crescita personale, perché attraverso ad essa ci si può migliorare, si può acquisire più consapevolezza di Sè, e magari risparmiarsi quelle fiammate che ci potrebbero far male; tradurre il proprio “Io” in esperienza vivida per chi sceglierà di fermarsi ad ascoltare.

Questo è la narrazione del Sé. Noi l’abbiamo chiamata (forse, soprannominata) Personal Storytelling, che in ‘sto periodo serve un titolone da sparare in prima pagina e rendere tutto più patinato. Ma è una roba che ti appartiene da sempre, che va solo organizzata.

Sì, anche a te che ti occupi di dati e pensi di non aver nulla da dire. Guardati dentro e non sottovalutare la tua storia. Potresti scoprire che è la più bella del mondo.